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La montagna di vetro
  /  La montagna di vetro

C’era una volta un re che amava smisuratamente la caccia. Trascorreva molto tempo nei boschi, in compagnia dei suoi segugi, e non tornava mai indietro a mani vuote. Un giorno, però, non riuscì in alcun modo a catturare la sua preda. Più la rincorreva, più questa gli sfuggiva. Quando infine stava per rinunciare, s’imbatté in uno strano nano che vagava per la foresta: lo inseguì e ben presto riuscì a prenderlo. Com’era strano il suo aspetto! L’omino era piccolo, brutto come un troll, e aveva capelli simili al muschio. Oltretutto si era chiuso in un fastidioso mutismo: non rispondeva alle domande che gli ponevano e questo innervosì il re, che era già di malumore per non aver catturato la preda. Così ordinò ai suoi scudieri di prendere quell’ometto selvaggio e portarlo a palazzo.

Quella sera, a cena, il re sollevò in aria il corno pieno di vino e proruppe: “Cosa ne pensate della nostra giornata di caccia? Non siete anche voi seccati per essere tornati a casa senza preda?” Gli scudieri risposero: “Maestà, non crucciatevi. Nessuno è più abile di voi. Una bestia invero l’avete catturata, ed è la creatura più bizzarra che si sia mai vista sulla terra!” Il re trasse estremo compiacimento da quel discorso, e chiese come avrebbe potuto comportarsi col prigioniero. E questi, per compiacerlo ancora di più, risposero: “Non liberatelo per nessun motivo, è importante che rimanga confinato a palazzo. Così tutti sapranno quale grande cacciatore voi siete!”

Il re rimase in silenzio, riflettendo, poi svuotò il corno e annunciò solennemente: “Farò come dite. Ma giuro qui davanti a voi che, se mai a qualcuno salterà in mente di liberare il nano, il colpevole sarà punito con la morte, si trattasse anche del mio stesso figlio.” Ciò lasciò sconcertati i suoi cortigiani, poiché non l’avevano mai sentito parlare in quel modo prima d’ora; ma  pensarono che l’alcool gli avesse dato alla testa.

Il re mandò la servitù a prendere del legname e tutto il necessario per far costruire una gabbia, che venne su tanto robusta da risultare impenetrabile. Quando tutto fu pronto il re fece sbattere in gabbia il selvaggio e conservò personalmente le chiavi. Da quel giorno ci fu un continuo andirivieni di curiosi che si appostavano lì solo per guardare il nano; ma egli non parlò mai con nessuno, né si lamentò della sua condizione.

Un giorno il re dovette partire per la guerra. La sera della partenza si raccomandò con la moglie: “Mia cara, ti affido il regno e il popolo. Ma devi promettermi una cosa: tieni sempre ben sorvegliato il selvaggio e non lasciarlo scappare”. La regina promise di fare del suo meglio e il re le consegnò le chiavi della gabbia, poi fece salpare le sue navi.

Passò qualche tempo. Il re e la regina avevano un solo figlio, un principino, ancora in tenera età. Un giorno, mentre si divertiva giocando a palazzo, capitò per caso di fronte alla gabbia del nano. Allora si mise lì seduto, a giocare buono e tranquillo con la sua mela d’oro. A un tratto capitò che quella si andò ad infilare fra le sbarre della gabbia e finì tra le mani del nano, che gliela buttò fuori. Il bambino trovò quel gioco molto divertente, così gliela rilanciò.

Continuarono così per un po’, finché il nano all’improvviso non decise di tenersi la mela: non voleva più restituirgliela! Il bambino protestò e si disperò, ma fu inutile. “Senti”, disse il nano, tuo padre è stato cattivo con me e mi ha rinchiuso qui dentro. Ma se tu adesso mi liberi, io ti ridarò la tua mela.” “Come faccio a liberarti?” rispose il bimbo, in lacrime. “Tu sei cattivo! Ridammi la mia mela!” “Devi fare come io ora ti dirò” disse il nano. “Va’ da tua madre e dille di spazzolarti i capelli. Poi stai attento, cerca di rubarle le chiavi che porta alla cintura, e torna qui ad aprirmi. Dopo rimetterai le chiavi al loro posto e nessuno si accorgerà di nulla!” Il bambino esitava, ma alla fine il nano riuscì a convincerlo: rubò le chiavi alla mamma, che non si accorse di nulla, e liberò il nano. Prima di fuggire via, il nano disse al ragazzo: “Tieni, eccoti la tua mela, come ti ho promesso. Ti sono immensamente grato per il servizio che mi hai reso. Ricordati: ogni volta che ti troverai in qualche guaio, per ricambiarti il favore di avermi ridato la libertà, io verrò in tuo soccorso.” Così detto, scappò via.

Quando i servi scoprirono che il nano era era fuggito, ci fu grande agitazione. La regina, piuttosto turbata, mandò il suo esercito personale in ogni strada a cercarlo; ma fu tutto inutile, il nano non si trovava. Poco tempo dopo il re rientrò dalla guerra e una gran moltitudine di gente s’affollò alla riva per dargli il bentornato. Subito il re chiese alla moglie se aveva fatto buona guardia come le aveva ordinato, ed ella dovette confessare che il selvaggio era scappato. Furioso, il re dichiarò solennemente che avrebbe scovato il colpevole e che sarebbe stato punito con la morte, chiunque fosse stato. Fece passare al setaccio tutta la reggia e anche i bambini dovettero testimoniare, ma nessuno sapeva niente. Infine, dopo che furono interrogati tutti quanti, fu la volta del principino. Affrontò coraggiosamente le ire del padre e confessò: “So bene che quello che vi dirò vi manderà in collera con me, ma non posso nascondervi la verità. Sono stato io a far scappare il nano.” A queste parole mancò poco che la regina svenne, e l’intera corte rimasero sconvolta, poiché il principino era molto ben voluto. Tutti sperarono nella comprensione del re, ma egli, dopo una lunga pausa, proclamò: “Non sia mai che manchi alla mia stessa parola, anche se si tratta della carne della mia carne. Anche se sei mio figlio, morirai come meriti”. Detto questo, diede ordine di portare il principino nella foresta, di ucciderlo e di portare, come prova della sua morte, il suo cuore.

Gli uomini del re erano addolorati per il bambino, ma non poterono far altro che obbedire agli ordini e portarlo nella foresta. A un tratto videro un pastore che pascolava dei maiali, così uno di essi disse all’altro: “Non mi sembra giusto togliere la vita al povero principino. Compriamo piuttosto un verro e prendiamo il suo cuore, così tutti crederanno che sia il suo”. L’idea sembrò buona al compagno e così fecero: comprarono un verro dal pastore, portarono l’animale nel bosco e lo uccisero. Poi pregarono il ragazzino di andarsene per la sua strada e non tornare mai più. Il principe ringraziò la buona fortuna e il buon cuore dei cortigiani del padre, partì e vagò più lontano che poté, mangiando le bacche che trovava nella foresta.

Dopo alcuni giorni di cammino giunse nei pressi di un grande abete. Gli venne allora l’idea di salire in cima per orientarsi meglio. Arrampicatosi guardò da un lato, guardò dall’altro e scorse una montagna di vetro che scintillava al sole e, poco lontano, un enorme palazzo. A quella vista si rallegrò moltissimo, così si mise subito in cammino per raggiungerlo. Entrò per chiedere lavoro e, poiché sembrava un ragazzo onesto e capace, fu preso a pascolare le bestie del re. Ogni giorno andava al pascolo con i suoi animali e con il passar del tempo si fece apprezzare da tutti, diventando un giovane forte e valoroso.

Ma parliamo ora del re, che era il padrone di quella reggia. Egli aveva un’unica figlia, una fanciulla incantevole, dolce e gentile. Quando la principessa compì quindici anni aveva già un esercito di pretendenti. Il re, perciò, non sapeva più cosa decidere; così provò a convincere sua figlia a scegliere lei chi sposare. E lei gli disse: “Va bene, padre, come vuoi tu; ma sappi che non accetterò uno qualsiasi, ma soltanto il cavaliere che sarà in grado di arrivare con il suo cavallo in cima alla montagna di vetro”. L’idea piacque al re e fece emanare un editto in tutto il regno.

Quando arrivò il giorno stabilito per la prova, la principessa fu trasportata in cima alla montagna di vetro. Lì si mise seduta sul trono, sul punto più alto, con una corona d’oro in testa e una mela d’oro in mano. Ai piedi della montagna erano già pronti molti nobili cavalieri sui loro baldi destrieri, equipaggiati di splendide armature che scintillavano al sole. Tutto intorno il popolo affluiva in massa per assistere allo spettacolo.

Quando fu dato il via i cavalieri partirono a razzo. Ma la montagna era alta, ripida e liscia come il ghiaccio, quindi nessuno riusciva a resistere per più di qualche passo; poi, inevitabilmente, scivolano tutti giù e finivano a terra a gambe all’aria e con l’amor proprio offeso. Da questo nasceva un terribile frastuono, i cavalli nitrivano, il popolo gridava e le armi strepitavano.

In tutto questo, il giovane principe era come al solito occupato con il suo bestiame. Udendo da lontano quella gran confusione si sedette su un masso, si lasciò andare la testa fra le mani e rifletté. Pensò alla bella principessa, e a quanto avrebbe voluto essere anche lui uno di quei cavalieri. Se ne stava così pensieroso, mentre all’improvviso udì un rumore di passi e, guardando in su, vide un omino brutto e basso. Era proprio il nano che aveva liberato! “Ti ringrazio ancora per quello che hai fatto per me” disse, “ma ora perché te ne stai lì tutto solo e triste?” “E come potrei non esserlo?” rispose il principe, “a causa tua sono dovuto fuggire dal regno di mio padre, e ora, che vorrei tanto poter tentare anch’io di conquistare la principessa, non ho nemmeno un cavallo, né un’armatura.” “Oh, se è solo di questo che si tratta,” rispose il nano, “è presto fatto: ricordi, no? Tu una volta hai aiutato me, e ora io aiuterò te!” Quindi prese per mano il principe, lo portò sotto terra nella sua grotta. Gli mostrò una splendida armatura d’acciaio puro, così luminosa e brillante che spargeva una luce bluastra per tutta la stanza. E lì, accanto all’armatura, stava pronto un magnifico cavallo sellato che grattava in terra con gli zoccoli d’acciaio. Il nano disse al principe: “Presto, preparati, e vai a tentare la tua fortuna; alle tue bestie ci penso io”. Il principe non se lo fece dire due volte: indossò l’elmo e la corazza, saltò in sella, spronò il cavallo e corse via.

I pretendenti della principessa stavano terminando la gara e nessuno di loro aveva vinto il premio. Improvvisamente videro un giovane arrivare a cavallo dal bosco, diretto verso la montagna, e stava in sella proprio come un cavaliere, tanto che era un piacere vederlo. Tutti si girarono a guardarlo, chiedendosi chi mai potesse essere. Ma non ebbero molto tempo per pensare poiché appena uscito dal bosco si alzò sulle staffe, spronò il cavallo e corse come una freccia salendo la montagna di vetro. Purtroppo però non riuscì ad arrivare in cima e, quando fu pressappoco a metà strada, girò i tacchi e ridiscese, sparendo nel bosco con la stessa velocità in cui era arrivato. Ora, come è facile immaginare, ci fu grande stupore tra la folla che aveva assistito a tutta la scena, e fu parere unanime che al mondo non ci fosse cavaliere più valoroso, né un altrettanto prode destriero. Si sparse inoltre la notizia che la principessa fosse dello stesso avviso, e che ogni notte sognasse l’affascinante straniero.

Passato qualche tempo, i pretendenti furono chiamati a una seconda prova. Tutto si svolse come la volta precedente, con la principessa che fu portata sul punto più alto della montagna, ed esattamente come l’altra volta tutti i cavalieri presenti fallirono nell’impresa. Nello stesso momento il giovane principe se ne stava al pascolo con il suo gregge, ed era triste e infelice perché avrebbe desiderato ritentare la fortuna anche lui. Ancora una volta fu raggiunto dal nano, il quale, dopo aver ascoltato i suoi lamenti, lo condusse di nuovo nella sua botola, dove era pronta un’armatura forgiata d’argento scintillante come la luna, accompagnata da un bellissimo cavallo bianco come la neve, completamente sellato, che grattava in terra con gli zoccoli d’argento e mordeva il freno. Il principe cavalcò di gran carriera verso la montagna di vetro, irrompendo tra la folla dei pretendenti ormai sconfitti, e tutti riconobbero il prode cavaliere che si era così valorosamente distinto. Questa volta giunse quasi in cima, allorché fece un inchino in segno d’omaggio alla principessa; quindi girò i tacchi e ridiscese la china facendo sprizzare scintille gli zoccoli. Poi scomparve nel bosco, con la stessa velocità in cui era venuto. Gli eventi si ripeterono allo stesso identico modo anche la terza volta, eccetto per il fatto che questa volta il giovane principe, equipaggiato in una sfolgorante armatura d’oro, giunse finalmente in cima alla montagna di vetro, scese da cavallo, fece un profondo inchino davanti alla principessa, e dalla sua mano ricevette la mela d’oro.

A questo punto, crederete forse che il nostro eroe sia rimasto sulla vetta insieme alla bella principessa? No, perché esattamente come le altre volte, egli girò i tacchi, ridiscese, e volò via nella foresta, veloce come il vento. Ciò nonostante, un tripudio di gioia si levò dalla folla accorsa anche quel giorno; corni e trombe risuonarono per festeggiare la riuscita dell’impresa. Ora restava sola da scoprire chi fosse il misterioso cavaliere, perché nessuno nel regno lo conosceva. Per giorni e giorni sperarono che prima o poi si presentasse a corte, ma sfortunatamente ciò non accadde. A lungo andare la sua assenza cominciò a innervosire e a sovreccitare il popolo, mentre la principessa stava in ansia giorno dopo giorno e impallidiva sempre di più. Il re, impaziente, cominciò ad irritarsi per la faccenda, mentre i pretendenti mormoravano pettegolezzi.

Quando sembrò che non ci fosse altro da fare, il re fece annunciare una grande assemblea al palazzo, e ogni uomo, che fosse di alto o basso lignaggio, doveva presentarsi, affinché la principessa potesse scegliere fra loro. Nessun uomo del regno esitò, così quel giorno ci fu una grande folla. Quando furono tutti riuniti, la principessa uscì dalla reggia con gran fasto e insieme alle sue damigelle andò in giro fra la folla. Ma sebbene cercasse ovunque, non trovava colui che cercava. Finalmente scorse tra la folla un uomo con un gran cappello e un ampio mantello grigio, alla maniera dei pastori, il volto interamente coperto dal cappuccio. Ma la principessa, che lo riconobbe lo stesso, si precipitò verso di lui, gli sfilò dal volto il cappuccio, lo abbracciò e gridò, eccitata: “E’ lui, è lui!” La folla scoppiò in una fragorosa risata, perché era soltanto il pastorello del re; anche il re lo riconobbe, ed esclamò, in un modo non troppo allegro: “Santo cielo, tu guarda che razza di genero mi tocca!” Ma il giovane principe, avvicinatosi al re, disse: “Maestà, non datevi pena per questo, e tranquillizzatevi, poiché vostra figlia sta per sposare un uomo alla sua altezza. Dovete sapere che, in realtà, io sono figlio di re.” Così dicendo si tolse il mantello e, in quell’istante, gli stessi che avevano riso di lui ammutolirono: sotto indossava l’armatura d’oro e tutti riconobbero il valoroso cavaliere che era riuscito nell’impresa, salendo sulla vetta della montagna di vetro.

In tutta la sala ci fu un’esplosione di ammirazione e di gioia, come mai prima d’allora era successo. Il principe prese la sua amata tra le braccia e le raccontò tutto del suo passato e della sua famiglia. Il re diede subito il via ai preparativi delle nozze, alle quali fu invitata tutta la gente del regno. E così, ecco come il principe aveva conquistato la bella principessa e metà del regno del padre di lei.

Dopo i primi sette giorni dei festeggiamenti il principe prese con sé la sua sposa e con lei tornò al palazzo dei suoi genitori, dove entrambi piansero di gioia e di commozione per aver ritrovato il figlio che credevano perduto per sempre. Il principe e sua moglie vissero a lungo felici e contenti, ma nessuno seppe più nulla del buon nanetto.