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La ragazza che sapeva filare l’oro dall’argilla e dalla paglia
  /  La ragazza che sapeva filare l’oro dall’argilla e dalla paglia

‘era una volta una vecchia signora che aveva un’unica figlia. La ragazza era buona e gentile, oltre che bella; ma, soprattutto, era intelligente. Tuttavia nessuno è senza difetti, e lei era così pigra che non alzava mai un dito in casa. Ciò era fonte di grande preoccupazione per sua madre; cercava in ogni modo di correggere questo difetto, ma invano. Un giorno in cui era particolarmente arrabbiata con sua figlia, la vecchia – esasperata – decise di metterla a filare sul tetto della capanna, così il mondo intero sarebbe stato testimone della sua indolenza.

Ma il piano si rivelò del tutto inefficace, poiché la ragazza perseverò nel suo dolce far niente. Un giorno passò di lì il figlio del re mentre si recava a caccia, il quale, nel vedere la bella filatrice sul tetto, decise di fermarsi a domandare come mai la fanciulla si trovasse lassù. La vecchia, quasi per scherzo, rispose: “Vedete, Altezza, vuole star seduta lì per dimostrare a tutti la sua intelligenza. Ѐ così in gamba che riesce a filare l’oro dall’argilla e dalla paglia!”

A quelle parole, il figlio del re rimase a bocca aperta dallo stupore. Non poteva immaginare che la donna parlasse con ironia, riferendosi alla pigrizia della figlia. Così, disse: “Se è vero come dite che la fanciulla in questione è in grado di filare l’oro dall’argilla e della paglia, non dovrà più restare sul tetto: verrà con me a palazzo e diventerà mia moglie”. Tese un braccio alla fanciulla con cavalleria e la scortò con sé alla dimora reale; lì le fece portare un secchio d’argilla e un fascio di paglia, così che potesse dimostrare di essere davvero in grado di filare l’oro come sua madre aveva detto.

La poveretta si ritrovò sola e sconsolata. Sapeva bene che non era in grado di filare il lino… figuriamoci l’oro! Così rimase immobile nella sua stanza, a capo chino, piangendo amaramente.

All’improvviso la porta si spalancò ed entrò un omino vecchio, brutto e deforme; la salutò con aria scaltra e le chiese cosa l’affliggesse. “Ho un bel problema!” rispose la fanciulla. “Il figlio del re mi ha ordinato di filare l’oro dall’argilla e dalla paglia, e se non ci riuscirò entro domattina sono certa che mi farà giustiziare”. “Non piangere, bella fanciulla” disse l’omino “ti aiuterò io. Ecco, tieni questo paio di guanti: indossali, e riuscirai a filare l’oro. Potrai avere il tuo bel principe; ma entro domani sera, quando tornerò, tu dovrai aver indovinato il mio nome. Altrimenti verrai via con me, mi sposerai e sarai mia schiava per tutta la vita”.

Disperata com’era, la fanciulla non ci pensò due volte ad accettare le condizioni dell’omino. Quando quello se ne andò si mise a lavorare di buona lena e prima dell’alba aveva già filato tutta la paglia e tutta l’argilla, trasformandole nell’oro più puro e splendente che si fosse mai visto. L’intero palazzo esplose di gioia, alla notizia che il principe avesse trovato una sposa così in gamba e allo stesso tempo così bella. Ma la povera fanciulla non faceva altro che piangere; piangeva e si disperava ogni minuto di più, al pensiero di quel nano spaventoso che di lì a poco sarebbe tornato a prenderla.

Quando fu ormai notte, il figlio del re rientrò dalla caccia e andò a trovare la sua sposa. Vedendola così triste e sconsolata tentò in ogni modo di tirarle su il morale; le disse che se si fosse sforzata di sorridere, le avrebbe raccontato un curioso aneddoto che gli era capitato. La ragazza tirò su col naso, si calmò e accettò di ascoltarlo. Ed egli disse: “Mentre oggi vagavo nella foresta mi è capitato un fatto assai curioso: ho visto un vecchio omino che ballava intorno a un cespuglio di ginepri cantando una canzone singolare”. La fanciulla, intuendo che forse si trattava dello stesso nano, domandò in tono concitato: “E come faceva quella canzone?”. Il principe gliela cantò:

«Oggi il malto macinerò,
domani a quest’ora sposato sarò.
Della fanciulla non ho da temere,
perché il mio nome non può sapere.
Il mio nome è Titteli Ture*,
Io mi chiamo Titteli Ture.»

La fanciulla, raggiante di gioia, pregò il suo futuro sposo di ripeterle ancora la canzoncina, ed egli la ripeté finché ella si impresse bene nella mente il nome del nano. Felicissima, schioccò un bacio sulla guancia al suo principe. Poi la serata con il suo sposo continuò piacevolmente, e il principe non smise più di lodare la grazia e l’intelligenza della sua promessa sposa; ma era perplesso da quel repentino cambiamento d’umore, ignorandone la vera causa.

Rimasta sola nella sua stanza, a notte fonda la porta si aprì e il brutto nano riapparve. Allora la fanciulla anticipò le sue mosse ed esclamò: “Titteli Ture, Titteli Ture! Rieccoti i guanti.” Nel sentir pronunciare il suo nome, il nano andò su tutte le furie e saltò in aria e, nell’andar via, si portò dietro tutto il tetto della casa. La bella fanciulla rise, raggiante di gioia; poi si coricò a letto e dormì beatamente fino al mattino. Il giorno dopo furono celebrate le nozze con il giovane principe, e da quel momento non sentì più parlare di Titteli Ture.

*Versione svedese di Tremotino, personaggio ricorrente nelle fiabe europee.