‘era una volta un nobile che aveva un’unica figlia. Un giorno, sentendo che la guerra era alle porte, iniziò a preoccuparsi: chi avrebbe protetto sua figlia quando lui sarebbe stato impegnato a combattere? E se avesse perso, a quale sorte sarebbe andata incontro?
Pensa e pensa, il nobile prese la ragazzina e la portò all’interno di una grande montagna, perché vi restasse finché c’era guerra nel paese. Là dentro aveva fatto scavare in gran segreto una sala; c’era da mangiare e da bere e legna per sette anni, e la fanciulla non doveva uscire finché lui stesso non fosse andato a prenderla. Era sicuro che la guerra non sarebbe durata più a lungo.
“Ma se dopo sette anni non sarò ancora tornato a prenderti” disse alla figlia “dovrai uscire da sola, perché di certo sarò stato sconfitto in battaglia”. Il padre lasciò alla ragazzina il suo cagnolino per tenerle compagnia. Le diede un bacio, si consolò pensando di averla messa al sicuro mentre quei malvagi soldati infestavano il paese, e poi se ne andò con i suoi a combattere per la patria.
La figlia rimase là dentro. La caverna era quasi invisibile da fuori, ma all’interno era enorme e al centro brillava un grande fuoco. Grappoli di felci crescevano sulle pareti di roccia e un soffice tappeto di muschio ricopriva il suolo. Nonostante l’assenza della luce del sole, era un posto molto accogliente.
La principessa filava, tesseva e cuciva, e gli anni passavano. Si fece un vestito tutto intessuto d’argento e un altro d’oro, ma quando non ebbe più niente da filare né altro da fare, il tempo cominciò a sembrarle lungo. Per ingannare l’attesa iniziò a raccogliere le belle felci verdi dalle pareti e, non avendo più filo d’oro e d’argento, si fabbricò un mantello fatto di felci e muschio, così grande che quasi ci scompariva dentro.
Intanto le provviste si riducevano e la ragazza soffriva per l’assenza del padre. Quando il tempo fu quasi scaduto senza che lui tornasse, capì che doveva essere stato sconfitto. Perciò cominciò a scavare per uscire all’aria aperta.
Ci volle un po’ e non fu proprio facile. Ogni giorno scavava per uscire dalla montagna e e alla fine rivide la luce del giorno. Quando l’apertura fu abbastanza grande uscì insieme al cagnolino, si gettò in ginocchio e ringraziò Dio di essere salva. Poi richiuse ben bene l’apertura e i tappeti di felci che le erano avanzati li appese intorno alla montagna su dei bastoncini infilati in terra, per non dimenticare mai il posto che l’aveva accolta per sette lunghi anni.
E così la figlia del nobile si allontanò dalla montagna con il suo cane attraversando il bosco: nei sette anni in cui era vissuta in fondo alla caverna molte cose avevano cambiato aspetto sulla terra. Indossava l’abito d’oro e quello d’argento, ma sopra portava il mantello di muschio e felci che l’avvolgeva completamente, tanto da farla sembrare una selvaggia più che una nobile fanciulla. Alla prima casa chiese chi vivesse nella tenuta padronale.
“Ci sta un giovane” le risposero “che l’ha avuta in eredità quando il vecchio padrone è morto”.
“Come morto?” rispose lei, malcelando il suo dolore.
“Era un valoroso combattente”, le dissero, “cacciò il nemico dal paese; ma alla fine cadde anche lui in battaglia. La sua unica figlia era stata rapita e nessuno ha mai più sentito parlare di lei”.
La fanciulla chiese se non sapevano dirle un posto dove poteva andare a servizio.
“Il nostro giovane padrone si sposerà presto”, le risposero. “La sposa è arrivata alla fattoria con il padre e la madre e stanno preparando la festa di nozze; se ti presenti ora, sicuramente ti troveranno qualcosa da fare”.
La fanciulla col mantello di felci andò alla fattoria di suo padre; il cagnolino fu davvero contento quando riconobbe il posto, mentre lei pianse di dolore e bussò umilmente alla porta. Sentendo che cercava lavoro, l’accolsero di buon grado; la misero a spazzare il cortile e le scale e a sbrigare altre faccende pesanti. Ma lei fece ogni cosa bene e con buona volontà, e tutti ne furono soddisfatti. Molti di quelli che passavano si divertivano anche ad ammirare il suo bel mantello, ma nessuno riuscì a vederla in faccia. Aveva un grande cappuccio calato sul viso e non voleva mai spostarlo.
La sera prima delle nozze la sposa la chiamò nella sua stanza e le chiese un grosso favore.
“Tu hai la mia stessa corporatura”, disse. “Domani devi indossare il mio abito e il mio velo e andare in chiesa a sposarti al posto mio”.
La fanciulla col mantello di felci non riusciva a capire perché la giovane non volesse maritarsi, e allora la sposa le raccontò che aveva già dato la sua parola all’uomo che amava, ma i genitori volevano costringerla a sposarsi con quel ricco signore. Non osava contraddirli, ma aveva promesso al suo amato che la sera delle nozze sarebbe fuggita lontano con lui. Non poteva certo farlo dopo essere stata all’altare con un altro. Se invece lei fosse andata al suo posto, il piano poteva riuscire. La fanciulla con il mantello di felci promise di fare come le aveva chiesto.
Il giorno dopo la sposa fu adornata di preziose vesti, e tutta la gente della fattoria salì nella sua stanza ad ammirarla. Alla fine lei disse:
“Chiamatemi quella poveretta che ha spazzato il cortile, perché possa vedermi anche lei”.
La fanciulla col mantello di felci arrivò. La sposa si chiuse dentro con lei, le diede i suoi abiti e le posò sulla testa il velo da sposa, mentre lei si avvolse nel lungo e ampio manto verde.
Poi la sposa andò in carrozza dallo sposo e tutto il corteo entrò in chiesa. Lungo la strada passarono davanti alla montagna dov’era rimasta nascosta tanto a lungo. Allora lei sospirò sotto il velo e disse:
Dritti stanno ancora i bastoncini accanto
alle felci che ho usato per manto,
ov’io, poverina, son rimasta nel colle
per i tristi giorni che Dio volle.
“Cosa dici, mia adorata?” chiese lo sposo.
“Oh, parlo soltanto un po’ da sola”, rispose lei.
Una volta entrata in chiesa, vide i ritratti dei suoi genitori appesi ai due lati dell’altare, ma i suoi occhi credettero di vederli girarsi verso il muro quando pianse sotto il velo. Allora disse:
Giratevi di nuovo, immagini care,
giratevi di qua, verso l’altare!
E loro si girarono di nuovo, ma lo sposo chiese: “Cosa dici, mia adorata?”
“Oh, parlo solo un po’ da sola”, ripeté lei.
Così la loro unione fu benedetta in chiesa, il nobile le mise l’anello al dito e tornarono a casa. Appena la sposa fu scesa dalla carrozza, corse su, come d’accordo, nella stanza dell’altra, dove tornò a scambiarsi gli abiti con lei, ma non l’anello, che tenne al suo dito. Quando poi si ritrovò davanti alla porta, avvolta nel suo manto di felci, in mezzo al resto della servitù, pensò che era stata lei a sposarsi all’altare poco prima. La sera si aprirono le danze e il signore ballò con quella che avrebbe dovuto essere la sua sposa, ma prendendole la mano le chiese:
“Dov’è l’anello che ti ho messo al dito in chiesa?”
Al che la falsa sposa rimase un poco sconcertata, ma rispose pronta:
“L’ho tolto un attimo e l’ho lasciato nella mia stanza, ma ora vado a prenderlo”.
Corse fuori, fece un cenno all’altra e le chiese l’anello.
“No”, disse la figlia del nobile, “questo anello non lo cedo, appartiene alla mano a cui è stato dato sull’altare. Ma vengo con te alla porta, puoi chiamarlo da lì e rimaniamo entrambe in corridoio. Quando arriva spegniamo quella candela e io allungo la mia mano da dietro la porta, così vedrà l’anello”.
E così fu; lo sposo era davanti alla porta, la moglie lo chiamò nel corridoio e disse: “Guarda, ecco l’anello”, e nello stesso istante spense la candela e l’altra infilò la sua mano con l’anello attraverso la porta.
Ma lo sposo non si accontentò di vedere l’anello; afferrò la mano e tirò la ragazza nella sala. Allora vide con stupore che era la fanciulla col manto di felci. Tutti gli invitati si affollarono intorno a lei e volevano sapere come stavano le cose. La fanciulla si tolse allora il mantello, rimanendo con le sue vesti intessute d’oro e d’argento, ed era più ella dell’altra. Ora tutti volevano sapere cos’era successo e lei dovette raccontare quanto tempo era rimasta nascosta nella montagna e che suo padre era in realtà il loro vecchio padrone. Andarono anche a prendere il cagnolino nella sua misera stanzetta, e molta gente del luogo lo riconobbe. Allora ci fu grande gioia e sorpresa. Tutti lodarono suo padre che aveva combattuto tanto valorosamente per la patria, e tutti erano d’accordo che la fattoria le appartenesse. Il suo dolore si tramutò così in gioia, ma voleva che tutti fossero felici come lei e così donò all’altra sposa terre e oro, perché si potesse sposare con l’uomo cui aveva dato segretamente la parola. I genitori non ebbero nulla da ridire e solo allora la festa di nozze iniziò davvero e il signore ballò con la sua vera sposa, quella cui si era legato in chesa.